XIV domenica del tempo ordinario

Lo Spirito Santo, ci dice oggi San Paolo, abita in noi, ci dà la vita, partecipazione a quella perfetta di Dio. E noi sappiamo che la perfezione di Dio consiste nella sua misericordia, che Gesù ha vissuto sulla croce, quando ha potuto dire: “Tutto è compiuto”, cioè tutto è perfezionato. Infatti aveva vissuto l’amore fino alla fine, fino a chiedere il perdono per i nemici, per i peccatori che lo bestemmiavano. Ma, dice l’apostolo, lo Spirito di Dio ci aiuta anche a far “morire le opere del corpo”. Le opere del corpo sono quelle manifestazioni e conseguenze del nostro egoismo che ci fanno star male, che ci disorientano e ci dividono, lacerando i nostri desideri di bene e l’armonia con le altre persone. Opere del corpo sono anche le tendenze a soddisfare il nostro orgoglioso bisogno di sentirci a posto: queste infatti aprono la porta per far entrare in noi orgoglio e superbia. L’orgoglio e la superbia ci impediscono poi di accogliere i piccoli e grandi segni e gesti attraverso cui Dio si rivela e si dona agli uomini.

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SS. Corpo e Sangue di Cristo

Oggi, solennità del Corpo e del Sangue del Signore, abbiamo la grazia di celebrare la grandezza del mistero eucaristico. La bellezza e necessità di questo mistero sovrasta le nostre capacità di mente, e anche di cuore.

La preghiera eucaristica, che inizia con il Prefazio, viene chiamata Canone. È una parola latina che dice che è fissata da una regola cui non si apportano cambiamenti. Fino al Concilio Vaticano II usavamo sempre la stessa, il Canone romano. Dopo il Concilio i Vescovi hanno approvato l’uso di altri Canoni, riscoperti dall’antichità o formulati nuovi. I sacerdoti scelgono di volta in volta quello che ritengono più opportuno. Lo schema di queste preghiere è sempre lo stesso: lode al Padre, invocazione dello Spirito Santo sui doni del pane e del vino, le parole dette di consacrazione, quelle pronunciate da Gesù nell’Ultima Cena, l’acclamazione dei fedeli, il ricordo del mistero centrale della salvezza, l’offerta del sacrificio, l’invocazione dello Spirito sui fedeli, la memoria dei santi, la preghiera per i pastori e per i propri cari viventi e defunti, e la dossologia finale.

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Domenica della SS. Trinità

Ad ogni celebrazione eucaristica viene proclamata una preghiera chiamata Prefazio. Con essa cominciamo la preghiera eucaristica dopo la liturgia della Parola. Essa si conclude sempre con il canto dei Serafini:  Santo, santo santo! Il profeta Isaia (c 6) è testimone di questo canto, che noi facciamo risuonare con un’infinità di melodie. Davvero santo è il Signore, davvero grande il nostro Dio e degno di essere lodato e cantato da tutte le voci, anche dalle nostre, che certamente non possono competere con quelle degli angeli! Dio però gradisce la nostra voce, perché in essa ode il desiderio del nostro cuore e la gioia del nostro spirito, gioia di figli che si sanno da lui amati. Noi poi completiamo il canto dei Serafini con le parole con cui i discepoli hanno accompagnato Gesù in Gerusalemme:  Benedetto colui che viene…!  Osanna nell’alto dei cieli! In tal modo la nostra lode diventa un atto di fede, fede nella uguaglianza di dignità di Gesù e del Padre, fede nell’amore del Padre che ci dona il Figlio, fede nello Spirito che ci riempie il cuore di gioia per riconoscere e l’uno e l’altro uniti come unica luce! Questo canto conclude la grande preghiera di azione di grazie e vi fa partecipare tutta l’assemblea, che si dispone poi a vivere nel silenzio il mistero più grande: la presenza di Dio nel pane e nel vino.

Dio è uno, e di fronte all’unicità di Dio noi ci curviamo e ci prostriamo colmi di timore, come Mosè sul monte Sinai. Pur sapendo che Dio è “ ricco di grazia e di fedeltà”, che si chiama “ Dio misericordioso e pietoso”, siamo atterriti dalla sua presenza, perché è misteriosa, tanto superiore a noi, che non riusciamo a fare altro che riconoscere la nostra indegnità dovuta al peccato sempre attuale in noi.

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Pentecoste

Che giorno meraviglioso, oggi! Si compie la promessa di Gesù: il Padre manda lo Spirito Santo che lui gli aveva chiesto per i suoi apostoli. Da ora questi non sono più quelli di prima.

Lo Spirito infatti cambia la loro umanità in modo sorprendente. E il bello è che tutti gli uomini sono fatti apposta per riceverlo, portarlo in sé e donarlo a loro volta. La vita di ogni uomo infatti può dirsi completa, realizzata, arrivata, quando in essi è presente questo soffio, che è il respiro di Dio, ma di quel Dio che è l’unico esistente, il Padre. Così finalmente possono dirsi figli, veri figli di Dio. Infatti gli apostoli oggi diventano capaci di essere come il Padre, di dare la vita, di essere padri per tutti, per tutto il mondo. Oggi diventano capaci di parlare la lingua di tutti gli uomini!

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Ascensione del Signore

Due sono le immagini dell’ascensione al cielo di Gesù presentata dalle letture di oggi: la visione di Luca e la visione di Matteo. Luca, autore anche del libro degli Atti degli apostoli, che inizia appunto con il racconto dell’evento dell’ascensione, conclude il suo vangelo con una immagine plastica: Gesù si sottrae alla vista dei discepoli in atto di benedirli. È quella benedizione che riempie i cuori tanto da rimarcare, stranamente, che i discepoli non vedranno più il loro Maestro, ma i loro cuori sono totalmente conquistati dalla gioia. In quella gioia attenderanno il dono dello Spirito Santo che unirà alla gioia la forza, la capacità di offrire quella gioia a tutti nel loro percorrere il mondo annunciando il vangelo di Gesù.

Matteo, invece, non indulge in particolari, non fissa la sua attenzione sui discepoli e nemmeno su Gesù che scompare alla vista dei discepoli. Dato che l’evento dell’ascensione conclude il suo vangelo, si premura di riassumere in quaranta parole (contate!) tutto il vangelo, tutto l’annuncio del vangelo di Gesù. Chi ascolta le sue parole ha modo di ripercorrere in filigrana tutto il vangelo e tutto l’insegnamento di Gesù. Possiamo intravedere nel suo racconto i rimandi al vangelo attraverso cinque parole.

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VI Domenica di Pasqua

Tutta la liturgia di oggi è incentrata sulla promessa dello Spirito Santo. Tra due settimane sarà Pentecoste e domenica prossima è l’Ascensione, che sigillerà appunto la promessa dello Spirito. A che scopo Gesù intercede presso il Padre perché venga inviato a noi lo Spirito Santo? I brani di oggi celano collegamenti segreti che parlano più al cuore che alla mente, ancora bloccata nelle sue fissazioni. Non per nulla il seguito del brano proclamato oggi comporta l’intervento di Giuda di Giacomo, stupito e perplesso nel constatare che quello che si immaginava non corrisponde al senso delle parole di Gesù: “ Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?” (Gv 14,22).

Primo collegamento: la Parola comporta la dinamica di manifestazione di Colui che quella parola proferisce. Ecco il primo scopo dell’invio dello Spirito Santo: agirà nel senso di procurarci un’intimità di conoscenza del Signore Gesù, in cui crediamo. La sottolineatura è la seguente: non si tratta semplicemente di credere a certe cose, a certi fatti, ma di dedurre dalla fede in quei fatti, che riguardano la persona di Gesù, una potenza di vita che investe tutta la nostra esistenza. Intimità comporta sia profondità sia vitalità. E non può che riferirsi al legame con il Signore Gesù, nostro Salvatore. La conoscenza di Gesù comporterà l’intimità di condivisione con lui dell’invio al mondo perché il mondo conosca la grandezza dell’amore del Padre per i suoi figli.

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IV Domenica di Pasqua

L’immagine di fondo della liturgia odierna è quella del buon pastore, anche se il brano evangelico non la riporta espressamente, fermandosi all’immagine della porta. Basta però continuare la lettura del capitolo 10 di Giovanni per accorgersi che l’immagine di riferimento è proprio quella del buon pastore. Tutta la liturgia è focalizzata su questa immagine potente, sebbene essa non susciti più in noi le stesse risonanze che poteva suscitare nei contemporanei di Gesù. Vorrei provare a far riemergere udibili per il nostro cuore quelle risonanze.

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III Domenica di Pasqua

Nella lettera di Pietro Gesù, crocifisso e risorto, è colto a partire dal mistero della Trinità: “ Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo” (1Pt 1,20). È possibile per noi tenere uno sguardo così acuto e coinvolgente? È lo sguardo mancato ai due discepoli di Emmaus, i quali si rassegnano alla loro tristezza. Avevano iniziato un’avventura entusiasmante e ora si dichiarano delusi nelle loro aspettative. Se ne tornano a casa, col volto triste. “ Speravamo” dicono al misterioso pellegrino riferendo dei fatti di cui sono stati testimoni.

Però, due cose possono essere dette a loro favore. Non hanno ancora voltato pagina. I loro pensieri, pur nella tristezza, sono ancora occupati da Lui. Non sono arrabbiati; solo intristiti. La lingua batte dove il dente duole, dice il proverbio. Ecco, il loro cuore non si è ancora staccato dalle vicende che li hanno interessati. Seconda cosa. Sono disposti ad ascoltare, a fare amicizia. Sono tristi, ma toccabili. E sarà proprio quella disponibilità ad ascoltare, a fare amicizia, che permetterà loro di riconoscere il loro Signore nel gesto che più di tutti gli appartiene: spezzare il pane e donarlo, simbolo della sua persona donata, della sua vita donata.

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II Domenica di Pasqua

La parola di oggi è quella di sempre, quella di cui abbiamo sempre bisogno e di cui necessita tutto il mondo: misericordia! Il cuore per i miseri c’è? Dov’è? Il cuore per i miseri, l’unico, è quello del Padre, Dio, che si esprime con e nel Figlio. Questi è la Misericordia.

Lo hanno cominciato a capire finalmente anche i Dodici a Pasqua, anzi i Dieci. Uno se n’era andato infatti per gli affari suoi senza chiedere il permesso, e un altro era assente, ma presente l’ottavo giorno, cioè oggi. Oggi sono Undici.

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Da non spegnere

Da non spegnere.

Che cosa ? Non spegnere la luce, quella che viene dalla parola di Dio, quella che da senso alla vita. Non spegnere il fuoco, quello che riscalda il cuore, quello che rende più intenso e limpido l’amore.

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