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XXV domenica del tempo ordinario

Con il salmo responsoriale confessiamo: “ Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere” (Sal 144/145,17). Di per sé, non abbiamo obiezioni da opporre, ma in pratica quanto sono incomprensibili le vie di Dio! Il brano evangelico odierno, con la parabola degli operai che vengono pagati tutti allo stesso modo pur essendosi affaticati diversamente nel lavoro, né è la prova più inconfutabile. Davanti a un simile brano non riusciamo a toglierci di dosso la perplessità di fronte al comportamento del padrone: non è giusto però! Sappiamo di non poter sostenere che il padrone agisce ingiustamente (tutto nella parabola mira a che sia osservata la giustizia: non abbiamo pattuito un denaro? …) eppure non riusciamo a non condividere la presa di posizione dei primi operai che si vedono trattati come gli ultimi. Perché questo?

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XXIV domenica del tempo ordinario

Per cogliere la portata di rivelazione dell’insegnamento di Gesù sul comandamento del perdono vicendevole possiamo farci la domanda: perché Gesù insiste così tanto sul perdono vicendevole? Quando insegna la preghiera del Padre nostro, l’unica invocazione che riprende nella sua spiegazione è quella sul rimettere i debiti. Perché?

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XXIII domenica del tempo ordinario

Il brano evangelico di oggi e di domenica prossima è tratto dal capitolo 18 di Matteo, quello in cui viene delineata l’immagine realistica della comunità dei credenti, una comunità bisognosa sempre del perdono vicendevole. Il brano di oggi riguarda i peccati pubblici e quello di domenica prossima i peccati privati. Per meglio dire, oggi l’accento è sul peccato contro l’appartenenza alla chiesa e domenica prossima sul peccato che interessa le relazioni tra persone. In effetti, l’espressione che oggi si proclama: “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te …”, nei codici più antichi, il Sinaitico e il Vaticano del IV secolo, non è riportato l’inciso ‘contro di te’, a indicare che si tratta di un peccato pubblico. Matteo delinea la linea da seguire in questi casi. Si può pensare che per peccato pubblico si intenda una posizione eretica rispetto alla fede della Chiesa, una rivendicazione di liceità in contrasto con l’insegnamento comune quanto al comportamento. L’invito è: non abbiate fretta di condannare! Cercate in ogni modo di far emergere le intenzioni del cuore, date spazio all’ascolto, lasciate che le cose si possano giudicare con calma, prima a tu per tu, poi con qualche persona e infine pubblicamente. Lasciate che i cuori si possano spiegare. Solo dopo aver tentato tutte le vie, allora la chiesa può ricorrere alla sua autorità di ‘legare e sciogliere’, vale a dire di scomunicare e accogliere. Evidentemente, la presa d’atto che la persona in accusa sia riconosciuta fuori dalla chiesa non è un principio di autorità. L’autorità è solo quella di accogliere, di perdonare, di sostenere la conversione dei cuori. E quando tutto risultasse inutile rispetto alla pervicacia dei cuori, vale sempre il ricorso alla preghiera, vale a dire al mistero della benevolenza dei cuori che affidano a Dio altri cuori che solo Lui conosce.

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XVIII domenica del tempo ordinario

Il brano evangelico incastona l’episodio della moltiplicazione dei pani nel movimento di compassione di Dio per l’uomo: “e sentì compassione per loro”. Dietro ogni parola di Gesù, dietro ogni gesto sta la sua compassione, che rimanda direttamente all’amore sconfinato di Dio per i suoi figli, per i quali non ha esitato a mandare il suo Figlio. Proprio come annotava Origene in un suo splendido commento a Ezechiele: “Egli è disceso sulla terra mosso a pietà del genere umano, ha sofferto i nostri dolori prima ancora di patire la croce e degnarsi di assumere la nostra carne; se egli non avesse patito, non sarebbe venuto a trovarsi nella condizione della nostra vita di uomini. Prima ha patito, poi è disceso e si è mostrato. Qual è questa passione che per noi ha sofferto? È la passione dell’amore”. Proprio come proclama il salmo 144 riportando la rivelazione di Dio a Mosè sul Sinai dopo il peccato del vitello d’oro: “Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature”. È a partire da quella ‘passione’ che Gesù si ‘muove nelle viscere’ davanti allo smarrimento, alla sofferenza, alla fatica degli uomini. 

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XVII domenica del tempo ordinario

Per cogliere la portata di rivelazione delle parabole di oggi mi rifaccio a due altri passi del vangelo che riportano due affermazioni di Gesù: “ Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21) e “ di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,42). La sottolineatura è la seguente: il cuore cerca il suo tesoro; un solo tesoro conta! L’affermazione non riguarda solo la cosa, cioè il tesoro, ma anche il cuore, vale a dire: il cuore è strutturato per godere del tesoro che lo riempie.

L’accento delle parabole di oggi non è posto sulle cose (tesoro o perla) ma sull’azione della scoperta. Come se Gesù dicesse: il regno dei cieli è simile a quando un uomo scopre un tesoro e pieno di gioia vende tutto quello che possiede per impossessarsene. Così, l’uomo non è chiamato a lasciare tutto per il Regno dei cieli, ma che lascia tutto perché trasportato dalla gioia di una scoperta che gli riempie il cuore. Il Regno non si contrappone a nulla di per sé. Non è la perla più bella delle altre. È, più semplicemente ma più potentemente, la perla di ‘grande valore’; è il tesoro tra i beni e non un bene più prezioso degli altri beni. È l’unica cosa di cui c’è bisogno (da intendere: l’unica cosa che può riempire il cuore, l’unica cosa che durerà per sempre, l’unica cosa che dà valore a tutto il resto e in funzione della quale tutto il resto è vissuto). Saper cogliere questo è frutto di sapienza e la colletta fa pregare: “concedi a noi il discernimento dello Spirito, perché sappiamo apprezzare fra le cose del mondo il valore inestimabile del tuo Regno, pronti ad ogni rinunzia per l’acquisto del tuo dono”.

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Ascensione del Signore

Due sono le immagini dell’ascensione al cielo di Gesù presentata dalle letture di oggi: la visione di Luca e la visione di Matteo. Luca, autore anche del libro degli Atti degli apostoli, che inizia appunto con il racconto dell’evento dell’ascensione, conclude il suo vangelo con una immagine plastica: Gesù si sottrae alla vista dei discepoli in atto di benedirli. È quella benedizione che riempie i cuori tanto da rimarcare, stranamente, che i discepoli non vedranno più il loro Maestro, ma i loro cuori sono totalmente conquistati dalla gioia. In quella gioia attenderanno il dono dello Spirito Santo che unirà alla gioia la forza, la capacità di offrire quella gioia a tutti nel loro percorrere il mondo annunciando il vangelo di Gesù.

Matteo, invece, non indulge in particolari, non fissa la sua attenzione sui discepoli e nemmeno su Gesù che scompare alla vista dei discepoli. Dato che l’evento dell’ascensione conclude il suo vangelo, si premura di riassumere in quaranta parole (contate!) tutto il vangelo, tutto l’annuncio del vangelo di Gesù. Chi ascolta le sue parole ha modo di ripercorrere in filigrana tutto il vangelo e tutto l’insegnamento di Gesù. Possiamo intravedere nel suo racconto i rimandi al vangelo attraverso cinque parole.

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VI Domenica di Pasqua

Tutta la liturgia di oggi è incentrata sulla promessa dello Spirito Santo. Tra due settimane sarà Pentecoste e domenica prossima è l’Ascensione, che sigillerà appunto la promessa dello Spirito. A che scopo Gesù intercede presso il Padre perché venga inviato a noi lo Spirito Santo? I brani di oggi celano collegamenti segreti che parlano più al cuore che alla mente, ancora bloccata nelle sue fissazioni. Non per nulla il seguito del brano proclamato oggi comporta l’intervento di Giuda di Giacomo, stupito e perplesso nel constatare che quello che si immaginava non corrisponde al senso delle parole di Gesù: “ Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?” (Gv 14,22).

Primo collegamento: la Parola comporta la dinamica di manifestazione di Colui che quella parola proferisce. Ecco il primo scopo dell’invio dello Spirito Santo: agirà nel senso di procurarci un’intimità di conoscenza del Signore Gesù, in cui crediamo. La sottolineatura è la seguente: non si tratta semplicemente di credere a certe cose, a certi fatti, ma di dedurre dalla fede in quei fatti, che riguardano la persona di Gesù, una potenza di vita che investe tutta la nostra esistenza. Intimità comporta sia profondità sia vitalità. E non può che riferirsi al legame con il Signore Gesù, nostro Salvatore. La conoscenza di Gesù comporterà l’intimità di condivisione con lui dell’invio al mondo perché il mondo conosca la grandezza dell’amore del Padre per i suoi figli.

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IV Domenica di Pasqua

L’immagine di fondo della liturgia odierna è quella del buon pastore, anche se il brano evangelico non la riporta espressamente, fermandosi all’immagine della porta. Basta però continuare la lettura del capitolo 10 di Giovanni per accorgersi che l’immagine di riferimento è proprio quella del buon pastore. Tutta la liturgia è focalizzata su questa immagine potente, sebbene essa non susciti più in noi le stesse risonanze che poteva suscitare nei contemporanei di Gesù. Vorrei provare a far riemergere udibili per il nostro cuore quelle risonanze.

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III Domenica di Pasqua

Nella lettera di Pietro Gesù, crocifisso e risorto, è colto a partire dal mistero della Trinità: “ Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo” (1Pt 1,20). È possibile per noi tenere uno sguardo così acuto e coinvolgente? È lo sguardo mancato ai due discepoli di Emmaus, i quali si rassegnano alla loro tristezza. Avevano iniziato un’avventura entusiasmante e ora si dichiarano delusi nelle loro aspettative. Se ne tornano a casa, col volto triste. “ Speravamo” dicono al misterioso pellegrino riferendo dei fatti di cui sono stati testimoni.

Però, due cose possono essere dette a loro favore. Non hanno ancora voltato pagina. I loro pensieri, pur nella tristezza, sono ancora occupati da Lui. Non sono arrabbiati; solo intristiti. La lingua batte dove il dente duole, dice il proverbio. Ecco, il loro cuore non si è ancora staccato dalle vicende che li hanno interessati. Seconda cosa. Sono disposti ad ascoltare, a fare amicizia. Sono tristi, ma toccabili. E sarà proprio quella disponibilità ad ascoltare, a fare amicizia, che permetterà loro di riconoscere il loro Signore nel gesto che più di tutti gli appartiene: spezzare il pane e donarlo, simbolo della sua persona donata, della sua vita donata.

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V domenica di Quaresima

Gesù ha appena saputo della malattia mortale del suo amico Lazzaro, ma non si muove subito: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Il lettore del vangelo è subito avvertito di aguzzare lo sguardo. Non si tratterà di assistere semplicemente al miracolo di un richiamo alla vita di un uomo morto, ma di cogliere quello che da quel miracolo scaturisce, cioè la passione di Gesù nella quale lui sarà glorificato. Quando Marta, davanti al sepolcro del fratello, ricorda a Gesù il fetore dei morti, si sente dire: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”. Dal punto di vista degli affetti umani, sembra che la domanda di fondo che serpeggia per tutto il brano non sia: perché la morte?, ma: perché Dio non impedisce la morte? Gli amici della famiglia di Lazzaro così pensano. Per noi invece la domanda che rimbalza può essere formulata così: sarà mai possibile vedere la gloria di Dio nella nostra vita?

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