Cristo Re

Il brano di oggi, che chiude l’anno liturgico, non è una semplice parabola, ma la visione di un giudizio profetico che ci fa contemplare nello stesso tempo, in uno sguardo d’insieme, la verità di questo mondo e quella del mondo futuro. Mette in scena la fondamentale chiamata comune alla premura vicendevole come senso del vivere. Tale chiamata risponde all’inprint che sigilla la creazione: se il mondo è stato creato per amore, solo con l’amore trova il compimento, solo con l’amore se ne coglie il senso

La collocazione stessa del brano nel racconto evangelico di Matteo fornisce le coordinate di comprensione. Al brano segue immediatamente il racconto della passione di Gesù. Quel Gesù, di cui si comincia a raccontare la passione e la morte in croce, di cui la passione svela tutta l’immensità e l’intensità dell’amore per noi che lo muove, è lo stesso Figlio dell’uomo che siederà glorioso a giudicare tutte le genti. È la liturgia a suggerire il clima che caratterizza un giudizio che istintivamente genererebbe angoscia per la sua inesorabilità. Il Figlio dell’uomo, il Pastore, il Re, è anche l’Agnello immolato, Colui che per noi ha dato la sua vita, Colui che è il segno per eccellenza dell’amore di Dio per l’uomo. La liturgia ci fa cantare all’inizio: “L’Agnello immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza e sapienza e forza e onore: a lui gloria e potenza nei secoli, in eterno” (Ap 5,12; 1,6). Celebra la figura del buon pastore con il salmo 22 (23) a commento del brano di Ez 34. Ripete con il canto al vangelo l’osanna della folla che vede la venuta di Gesù a Gerusalemme come il compimento dell’attesa del Regno di Dio che viene (cf. Mc 11,9-10).
 
Ma prima di appuntare lo sguardo sul giudizio, è bene sottolineare la corrispondenza, segreta, di alcuni particolari. Il re dice a quelli di destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo”. Quel ‘venite’ corrisponde all’invito dello Sposo alla sposa nel Cantico dei cantici (c.4), ma è anche il grido della Chiesa, l’ultima parola del cuore dell’uomo al suo Signore ed insieme l’ultima parola di Dio all’uomo, quella sulla quale si chiudono le Scritture: “Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni! … Vieni, Signore Gesù” (Ap 22,16.20). Eco dell’invito di Gesù: “Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28), esprime il riposo raggiunto dell’amore che tanta pena si è dato per convincere e conquistare.
 
Il ‘regno’ è preparato fin dalla fondazione del mondo. È la dimensione di comunione e intimità con il proprio Dio che attraversa la storia in quanto si svela nella solidarietà più radicale con i propri fratelli, tutti ugualmente invitati alla mensa del re. Con il ‘riceverlo’, finalmente è svelato il senso del mondo, come la risurrezione di Gesù svela il senso della sua vita. Quello che da sempre ha mosso il cuore di Dio, quello che ha costituito il suo primo pensiero per l’uomo, ora, finalmente, si vede realizzato, l’uomo lo può gustare pienamente. Se gli aggettivi sembrano comportare un registro di potenza e di gloria, la realtà di cui parlano è invece tutta di intimità, gioia, condivisione; è il ‘ristoro’ che segue l’incontro tra il desiderio di Dio e quello dell’uomo. Come dicesse: ciò che è sempre stato vostro, ora lo potete godere pienamente. La pienezza è data dalla chiamata alla benedizione perché fa ricadere su ciascuno quello che era stato detto del Figlio dell’uomo al Giordano e sul Tabor: in lui ho posto tutto il mio compiacimento. Quel compiacimento ora è goduto da ciascuno, ora ciascuno sente di entrarvi e di esserne abitato.
 
Venendo ora al giudizio in se stesso, dal punto di vista dell’uomo, il vangelo di oggi rivela il senso insospettato delle nostre azioni. Nel bene e nel male, le nostre azioni hanno echi assai più misteriosi e infiniti di quanto siamo soliti considerare perché la storia umana non è mai stata semplicemente storia umana, bensì sempre storia sacra, storia di Dio e dell’uomo. È caratteristico che il giudizio non menzioni nessuna distinzione tra gli uomini e che nessuno abbia chiara coscienza delle conseguenze dell’agire. Non saremo giudicati sulla fede, ma sull’amore. E davanti a questo, ciò che conta è la sincerità dei cuori. E la sincerità dei cuori sembra giocarsi tutta nella solidarietà con l’umanità là dove non c’è alcun titolo speciale di gloria. Quando Gesù dice: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” allude proprio a coloro che non hanno alcun titolo a ricevere le nostre attenzioni oltre l’appartenenza all’umanità. È la visione più radicale dell’etica ed insieme la visione più divina dell’umanità. Se già non è scontato credere che la nostra storia personale sia comunque una storia sacra; se già è difficile credere che la nostra storia sacra costituisca l’unica forma possibile per noi per entrare in possesso della gioia del Regno che sempre sembra sfuggirci; è ancora più arduo credere che quella promessa di vita e di gioia che sempre ci accompagna dipenda dalla nostra solidarietà con l’umanità e non da altro. Ma qui si gioca appunto la nostra fede. La vigilanza delle vergini, l’operosità del servo fedele, si vedono qui, quando la fede ha toccato a tal punto il cuore da convertirlo interamente al desiderio di Dio, alla visione di Dio, cioè al modo di sentire e di vedere di Dio stesso riguardo agli uomini, suoi figli. Il riferire, da parte di Gesù, fatto a Lui quello che viene fatto agli uomini, comporta, da parte dei suoi discepoli, riferire fatto a Lui quello che fanno agli uomini. Non nel senso di voler amare Gesù in un uomo, ma nel senso di amare concretamente un uomo perché anche a lui si manifesti lo splendore dell’amore di Dio che si è rivelato in Gesù e così, solidali in umanità, ancora nel dramma della storia, ci si incammini verso ciò che costituisce il compimento della nostra storia: Dio tutto in tutti (1Cor 15,28).
 
Il racconto evangelico vuole introdurre al segreto di Dio per il mondo. Forse possiamo anche capirlo, ma come siamo lontani dal viverne la potenza e lo splendore!  Non esiste però altra norma del bene, altro segreto di felicità: chi vive solidale con l’umanità di tutti è arrivato al segreto di Dio, in attesa di goderne la sovrabbondanza di grazia perché quel segreto inondi e sommerga ogni altro sentire, ogni altro giudizio, ogni altra prospettiva di azione, ogni altro interesse, in noi stessi e in tutti, nel mondo intero.
 

padre Elia Citterio