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IV domenica di Quaresima

 Il racconto della guarigione del cieco nato è costruito con rara maestria. La chiesa lo legge nella prospettiva battesimale per cui vede nella figura del cieco la progressiva apertura alla fede del battezzando. Alcuni particolari sono significativi. Non è lui a chiedere la guarigione: l’iniziativa è di Gesù. Lui ha fiducia e va a lavarsi alla piscina di Siloe (quella dalla quale veniva attinta l’acqua portata solennemente verso il tempio e versata attorno all’altare nella solennità della festa delle capanne, cfr. Gv 7,37-39. Siloe significa piuttosto ‘chi invia [le acque]’e Giovanni, rendendolo al passivo, ‘Inviato’, indica che la nostra guarigione si trova in Gesù, che poco prima si era definito ‘inviato’ dal Padre, v. 4). Nelle parole del cieco guarito Gesù è indicato prima come ‘quell’uomo che si chiama Gesù’, poi ‘un profeta’, poi ‘che è da Dio’ e infine, davanti alla domanda di Gesù che lo va a cercare dopo che è stato cacciato dai farisei: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?”, risponde: “Io credo, Signore!”.

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III domenica di Quaresima

Della Parola di Dio abbiamo sete, desiderio profondo, perché su di essa si gioca tutta la nostra vita. Leggendo il vangelo, che ci viene presentato oggi, ci colpisce il confronto tra la sete degli uomini e quella di Gesù, cioè tra i desideri coltivati dagli uomini e l’unico manifestato dal Signore.

La donna di Samaria viene ad attingere acqua, mentre i discepoli di Gesù hanno fame e vanno a far provvista di cibi in città. Gesù è rimasto presso questo pozzo, dove dalla città arriva una donna nell’ora più calda del giorno. Qualcuno si aspetterebbe che Gesù dicesse alla donna, come il patriarca Giacobbe in situazione analoga: «Vieni, ti aiuto a tirar su l’acqua!». E invece no, Gesù chiede un favore alla donna, che gli dia un po’ d’acqua da bere. Egli fa in modo che la donna non si senta inferiore, che ella percepisca di essere stimata, di poter essere utile, che la sua presenza sia gradita, lei che era stata già rifiutata molte volte dagli uomini. E mentre egli gode del gesto di amore della donna dissetandosi con l’acqua che ella gli ha offerto, parla di un’altra acqua, un’acqua viva che disseta le profondità del cuore.

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II domenica di Quaresima

Il racconto della trasfigurazione ha senso solo per un cuore che può dire con il salmo: “ Il mio cuore ripete il tuo invito: ‘Cercate il mio volto!’. Il tuo volto, Signore, io cerco” (Sal 26/27,8). Reso nella versione latina con il trasporto dell’emozione: “Tibi dixit cor meum: exquisivit te facies mea; faciem tuam, Domine, requiram”. Non è un caso che la trasfigurazione sia collocata tra due annunci della passione, a sottolineare che il Figlio di Dio risorto e il Figlio dell’uomo che soffre devono stare insieme nella fede dei discepoli. La consegna del silenzio riguarda proprio la natura della gloria di Gesù. Non si tratta di parlare di Gesù in termini di divinità gloriosa e potente, ma in termini pasquali: colui che ha sofferto la passione è colui che viene esaltato con la risurrezione. E questo non poteva essere colto che alla conclusione della storia di Gesù. La cosa ha un risvolto potente, che non è mai assimilato una volta per tutte dai credenti. La profezia di Daniele sul figlio dell’uomo: “ Gli furono dati potere, gloria e regno: tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto” (Dn 7,14) risponde all’essenza di quel silenzio perché l’unico potere di vittoria che Gesù si arroga è quello dell’amore crocifisso. Tanto da far dire al papa Leone Magno: “è più importante pregare per la pazienza che per la gloria”.

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I domenica di Quaresima

All’inizio della nostra celebrazione abbiamo chiesto perdono a Dio, anche oggi, come ogni volta che ci raduniamo, perché il peccato del mondo ci insegue e penetra le nostre ossa. Del peccato dell’uomo parla anche tutta la liturgia di questa prima domenica di Quaresima.

La prima lettura si sofferma a descrivere le varie fasi del sorgere del peccato nell’uomo, il modo con cui esso si origina in noi, e la stoltezza che l’uomo manifesta obbedendo più a se stesso e ai propri istinti che alla sapienza piena d’amore di Dio.

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VII domenica del tempo ordinario

L’antifona di ingresso esprime molto bene l’atteggiamento con cui ascoltare l’annuncio della parola di Dio oggi: “Confido, Signore, nella tua misericordia. Gioisca il mio cuore nella tua salvezza, canti al Signore che mi ha beneficato” (cfr. Sal 12 (13),6). Lo stesso atteggiamento è ripreso dal salmo responsoriale, a commento del comando proclamato nella prima lettura: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo” (Lv 19,2), con il ritornello: ‘Il Signore è buono e grande nell’amore’. Ma quando risuonano queste parole nella Scrittura? In una situazione così altamente drammatica da temere, da parte del popolo, di aver ormai perso tutto. Occorre riandare al contesto in cui il nome di Dio era stato proclamato per cogliere la portata della santità che definisce Dio nei confronti dei suoi figli e che abilita i suoi figli ad essere tali, come a Lui è gradito, per rivelare al mondo la grandezza del suo amore. Il popolo nel deserto, esasperato e impaziente, costruisce il vitello d’oro e rifiuta l’alleanza con il suo Dio che non sentiva più accanto. Quando Mosè discende dal monte e vede l’idolo eretto nell’accampamento si infuria, spezza le tavole della Legge e cade in profonda prostrazione: cosa farà ora il Signore? Starà ancora dalla parte del suo popolo? E di me che ne sarà? Mosè sta solidale con la sua gente, ricorda a Dio che questo è il suo popolo e per essere confermato chiede a Dio di vedere la sua gloria. E quando la gloria del Signore gli si manifesta, ode la proclamazione del nome: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso …” (Es 34,6). È la seconda volta che Dio rivela il suo nome e questa volta nel dramma più assoluto.

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VI domenica del tempo ordinario

Nella tradizione ebraica si trova questa affermazione: “La Torà che si impara in questo mondo non è nulla in confronto alla Torà del Messia” (Midrash Qohelet 11,8). Il vangelo di Matteo legge la Legge con gli occhi di Gesù perché Gesù è la Torà vivente. Non c’è antitesi tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Il vangelo dice: c’è compimento. Cosa significa? Gesù non contrappone il suo insegnamento all’insegnamento di prima. Il suo insegnamento consiste nello sviscerare quello antico, interpretandolo secondo l’autorità che aveva all’origine. Risale all’intenzione stessa di Dio nel dare la Torà. La novità non sta nel suo insegnamento, ma nel fatto che l’insegnamento compiuto è la sua persona, la sua umanità, è lui stesso. Per questo può proclamare: avete inteso che … ma io vi dico!

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V domenica del tempo ordinario

Quando le beatitudini sono diventate le vie del proprio cuore, allora possiamo anche sentirci rivolgere le parole di Gesù: “Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo…”. Evidentemente, seguire Gesù non comporta uscire dal mondo, appartarsi dal mondo, vivere in qualche nicchia a parte. Tutto l’opposto: Gesù invia al mondo. Tanto che proprio la vita nel mondo, nella realtà del mondo, in tutte le mediazioni che comporta, deve essere il luogo dove far splendere la luce, dove dar sapore alle cose, dove far emergere la presenza del Signore che è venuto a dare la vita. A questa condizione di fondo: essere nel mondo, ma non del mondo; vivere la vita nel mondo, senza pretendere di succhiarla dal mondo.

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Presentazione del Signore

La festa di oggi è ancora ancorata al natale di Gesù nella logica del compimento messianico che caratterizza quel bambino. È il quarantesimo giorno dalla sua nascita e, secondo gli usi ebraici, si doveva presentare al tempio il primogenito per il cosiddetto riscatto. Luca parla della loro purificazione: ma solo la mamma era tenuta a purificarsi dopo il parto (cfr. Lev 12,1-8). Nemmeno c’è nessuna legge che prescrive di portare il bambino al tempio. La Legge di Mosè prescrive di consacrare e riscattare ogni primogenito (cfr Es 13). Luca, citando quella norma, ne modifica l’espressione dicendo che ‘ogni maschio primogenito sarà chiamato santo’ ed usa le stesse parole dell’angelo Gabriele quando reca l’annunzio a Maria.

Come a sottolineare: Gesù non ha bisogno di essere consacrato al Signore e non deve essere riscattato; anzi, Lui è il Consacrato, il Cristo del Signore, Lui sarà il riscatto per il suo popolo, per l’intera umanità. In Lui si concentra tutto il senso della storia sacra perché compie in verità quello che nella Legge veniva descritto in simbolo: Gesù è il primogenito diletto che compie il sacrificio di Isacco, come Lui è il vero pane celeste che era prefigurato nella manna.

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III domenica del tempo ordinario

In ogni nostra celebrazione avviene quello che l’evangelista Matteo dice quando inizia a raccontare l’apparire in pubblico di Gesù: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce”. Dalla tenebra, in cui ogni nostro peccato ci chiude, alziamo lo sguardo, perché il chiedere e ricevere il perdono ci apre orizzonti nuovi.

L’evangelista prende queste parole dal profeta Isaia: sono parole che abbiamo sentito nella prima lettura, nella quale egli ci assicura pure che le umiliazioni provenienti dal Signore saranno ricompensate con una gioia immensa: i villaggi della Galilea hanno subito grandi sofferenze, ma proprio essi saranno testimoni della luce nuova che viene dal Messia, dal Salvatore di tutti gli uomini! Le parole del profeta ci danno consolazione proprio nel mentre siamo anche noi sofferenti, mentre portiamo la nostra croce per l’obbedienza a Dio nel nostro dovere quotidiano e nella fedeltà alla missione ricevuta nella famiglia, nella Chiesa e nella società.

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II domenica del tempo ordinario

 Il tempo ordinario è introdotto, in tutti e tre i cicli, dal vangelo di Giovanni: nel ciclo A, con la testimonianza del Battista; nel ciclo B, con la testimonianza dei primi apostoli; nel ciclo C, con l’evento della manifestazione di Gesù alle nozze di Cana. Il primo capitolo di Giovanni ha una struttura particolare nel senso che si premura di collocare gli eventi che racconta, a partire dal battesimo di Gesù, in un lasso di tempo di sei giorni, dopo i quali, il settimo giorno, si narra la venuta di Gesù a Gerusalemme per la Pasqua.

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